ATHENA RACCONTA: VALENTINA CIPRIANI

Questo mercoledì abbiamo incontrato Valentina Cipriani, fotografa e videomaker specializzata nel settore della musica. Ci ha trasportato nel suo mondo, raccontandoci del significato che attribuisce alla fotografia, di quali difficoltà ha dovuto affrontare per trasformare la propria passione in una professione, e di come il blocco degli spettacoli dal vivo a causa della pandemia ha influito sul suo lavoro. Buona lettura! 

Foto di: Sofia Aglietti

Ti chiediamo di presentarti brevemente e di raccontarci di cosa ti occupi. 

Mi chiamo Valentina, ho 37 anni, vivo a Firenze e mi occupo di fotografia e videomaking. Sono specializzata in ambito musicale, quindi per quanto riguarda la fotografia mi occupo di tutto ciò che riguarda la band o il musicista, quindi foto promozionali, live, backstage e studio di registrazione. Per i video, invece, mi occupo principalmente di videoclip e di live.

Com’è nata la passione per la fotografia e qual è stato il percorso di studi che hai dovuto affrontare per diventare una fotografa?

La passione per la fotografia è nata relativamente tardi, quando avevo circa 25 anni, in realtà potremmo dire un po’ casualmente perchè non avevo una formazione artistica: sono diplomata in ragioneria e successivamente mi sono laureata in media e giornalismo. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare nell’ambito della comunicazione e del giornalismo; era tutto molto precario e anche un po’ “provvisorio” perchè non avevo una visione chiara di quello che volevo fare esattamente nella mia vita. Poi ho iniziato ad appassionarmi di fotografia e ho deciso di iscrivermi ad una scuola specializzata, ho fatto un corso di un anno professionalizzante. Da qui ho iniziato ad approfondire la mia conoscenza in questo mondo, ma ancora senza capire quale fosse il settore che mi interessasse di più. Dopo la scuola ho fatto un tirocinio nel settore della moda; la parte del lavoro nello studio mi piaceva ma non era il mio settore. Dopo anni di precariato, mi è capitata un’opportunità di lavoro stabile che non includeva la fotografia e quindi ho dovuto metterla leggermente da parte, continuando però a praticarla per passione. Posso dire che sia l’unica vera passione della mia vita e l’unica cosa in cui ho avuto coerenza, anche se ci ho impiegato diversi anni prima di farlo diventare il mio lavoro. 

Prima hai citato il fatto di lavorare con musicisti, nei backstage, ai concerti: quando e perché hai iniziato a lavorare con musicisti e ai live? 

Non avevo mai pensato alla fotografia musicale, anche se ho sempre avuto la passione per la musica. Probabilmente avevo poca autostima, la vedevo più fattibile per altri ma non per me, quindi non mi sono mai avvicinata di mia iniziativa. 

C’è stato un periodo in cui stavo scrivendo per una rivista online per la città di Firenze, e sapendo della mia propensione per la fotografia mi mandavano anche a fare dei reportage. Una volta mi mandarono a scattare delle foto ad un concerto di Chris Cornell . In quel contesto io, da neofita, ero molto emozionata  e mi sono ritrovata casualmente a scattare queste foto; se ci penso ora, ero anche abbastanza impacciata. Non avevo idea di come funzionasse il tutto, quindi mi sono presentata un po’ in ritardo e senza sapere una serie di informazioni essenziali; però fu bellissimo e molto emozionante. Qualche giorno dopo l’evento mi ha contattata una web magazine di Roma chiedendomi se volessi mandare loro qualche foto di quel concerto per corredare un articolo, e un anno dopo mi ricontattarono dicendo che volevano ampliare la redazione dal Lazio alla Toscana e mi chiesero se volessi iniziare a collaborare con loro. 

Questa cosa è andata avanti per anni: ho iniziato ad andare ai concerti sempre più frequentemente, scrivevo anche i report e facevo delle interviste. Ho fotografo tantissimi live, da  grandi concerti e festival, ai club piccoli e intimi; ho fotografato nelle peggiori condizioni sia fisiche che di luci. Con il tempo, poi, ho preso i contatti diretti con le band e i musicisti. 

Io ancora oggi lavoro soprattutto con artisti emergenti, ma all’inizio la fortuna è stata aver avviato una collaborazione con gli Zen Circus, che, avendo un nome importante, sono riusciti a darmi una certa visibilità.

Ancora oggi mi piace lavorare nella scena indipendente e con gli artisti emergenti perchè c’è molta più semplicità nei rapporti. 

Perdonami la curiosità: posso chiederti com’è nata la collaborazione con gli Zen?

La situazione si è creata perchè io facevo interviste per questa webzine di Roma, e una volta intervistai Appino per il suo progetto da solista. Da quel momento rimasi in contatto con lui, intervistai anche la band e poi iniziai a fotografare qualche loro concerto. Si instaurò anche un rapporto di amicizia che dura ancora oggi. Io per loro non ho mai scattato foto promozionali, perchè hanno da sempre una fotografa bravissima (Ilaria Magliocchetti Lombi) che si occupa di questo, quindi ho seguito maggiormente gli aspetti legati a live, backstage e studio. 

Ci puoi raccontare come ha influito la pandemia e il conseguente blocco degli spettacoli sul tuo lavoro? 

I primi mesi c’è stato un blocco totale. Tornando agli Zen, a marzo 2020 sarei dovuta partire per il Texas con loro per fare reportage, foto, video, ma il tutto è svanito nel nulla. 

Poi una ripresa c’è stata, anche se non per i live purtroppo; avrei dovuto avere un’estate piuttosto densa ma è saltato praticamente tutto. Attualmente stanno andando meglio i video rispetto alle foto, ne sto facendo diversi, più che altro promozionali. I live si sono fermati, ma i dischi escono e quindi le foto e i videoclip servono. 

L’evoluzione digitale e l’incremento della risoluzione delle fotocamere degli smartphone ha portato sempre più dilettanti a cimentarsi nell’ambito della fotografia e del videomaking, spesso sottovalutando la professionalità di chi svolge questo lavoro. Cosa ne pensi?

Penso che tu abbia ragione; tutto il fenomeno della mobile photography è stato fortemente amplificato dalla diffusione dei social network, Instagram in primis, e questo ha influito tantissimo sulla fotografia, secondo me in modo in negativo.

Partiamo dall’idea che siamo tartassati quotidianamente da una miriade di immagini, in quanto tutti abbiamo in tasca 24 ore al giorno un mezzo che può scattare fotografie, e quindi ne scattiamo continuamente; un canale come Instagram ti mostra frequentemente queste immagini. La conseguenza è che l’occhio inesperto o non professionale di un osservatore, in questa mole di contenuti, fatica a distinguere un lavoro di qualità da uno non di qualità; poi, purtroppo, si associa la qualità della fotografia alla sua risoluzione, ma un telefono con un’alta risoluzione non significa che scatti automaticamente una buona fotografia: una buona fotografia è ben altro. Non è il mezzo che fa il fotografo. 

Nel momento in cui un fotografo scatta, non è quell’attimo a fare la differenza, ma tutto il contorno: il suo bagaglio personale, culturale, professionale; è questo che contribuisce alla buona riuscita dello scatto. 

Sicuramente l’incremento della quantità di contenuti ha portato gli utenti ad essere un po’ più attenti, a guardare meglio e a cercare di riconoscere uno scatto di qualità, ma è molto difficile perchè ci sono tantissime foto che magari grazie all’applicazione di filtri, alla composizione, ai colori, sono molto gradevoli da vedere, nonostante non ci sia dietro un significato. Ovviamente questa è solamente la mia opinione. 

Inoltre, c’è da dire che questo fenomeno non nasce dai social – anche se hanno ovviamente contribuito ad ampliarlo: esiste da almeno venti o trent’anni, da quando sono arrivate le prime macchinette compatte, come le classiche Point & Shoot. Quando si è diffusa la Lomography c’era proprio lo slogan “Non pensare, scatta!”, ma se non c’è comunque dietro un’attenzione che risultato si può ottenere? Tutto questo porta a sminuire la figura del fotografo, perchè si pensa sia un lavoro facile, immediato, e che la differenza si ritrovi nella dimensione dell’obiettivo, portandolo di conseguenza in una situazione dove le persone ritengono che il suo compenso debba essere irrisorio. 

In particolare, parlando del fotografo musicale, in passato quando i fan volevano avvicinarsi alla vita privata dei musicisti dovevano comprare una rivista di musica e affidarsi alle foto del professionista che li segue; invece oggi basta aprire i social e si ha un’accessibilità immensa, ma non c’è sempre valore dietro a ciò che viene pubblicato, con il rischio che tra qualche anno non rimanga più nulla di questo tipo di documentazione.   

Grazie mille per questa riflessione, mi trovi assolutamente d’accordo. Quali sono le più grandi difficoltà e sfide che hai dovuto affrontare per affermarti nel tuo settore?

L’ambiente della musica in generale è comunque abbastanza complesso, non molto accessibile, e di difficoltà ce ne sono tante. Innanzitutto la credibilità: per il fattore culturale, perchè si riconosca che il fotografo musicale sia a tutti gli effetti una professione e come tale deve essere valorizzato. C’è poi il problema che molti lo fanno gratuitamente, pur di avere il proprio nome legato in qualche modo a quello di un determinato artista o per avere l’accesso gratuito all’evento; di conseguenza capita che molti, nel momento in cui richiedo il compenso, mi facciano notare che ci sono altri che non si fanno pagare. Poi, ad oggi, ci sono molte più barriere rispetto al passato per raggiungere gli artisti, sono molto meno accessibili, e il lavoro è diventato più difficile anche perchè – ad esempio – per un fattore legato alle tempistiche, non si riesce ad entrare in sintonia con quello che succede sul palco.

Sui social hai fatto una riflessione molto bella parlando di non poter paragonare la sensazione di scattare una foto a quella di girare un filmato. Cosa rappresenta per te la fotografia?

Non è semplice dare una definizione di cosa possa rappresentare la fotografia per me, perchè è parte integrante della mia vita; anzi, è vita stessa e non potrei mai pensarmi senza la fotografia, nemmeno se dovessi smettere di farlo come lavoro. E’ ciò che mi emoziona più di tutto, e ha cambiato il mio modo di relazionarmi con il mondo e con le persone; ha cambiato il mio modo di guardare, adesso vedo cose che prima non vedevo. Ha cambiato totalmente la mia percezione e la mia concezione della bellezza. C’è una bellissima frase di Letizia Battaglia, proprio in riferimento alla riflessione che avete citato, che recita: “Le foto che mi fanno più male sono quelle che non ho fatto. Mi mancano, e sento di aver mancato loro di rispetto.” Mi colpisce molto il fatto che rivolga alle fotografie come se fossero persone, e anche per me la fotografia rappresenta un po’ questo: è come avere una presenza costante accanto che ti fa ridere, piangere, riflettere e ti sostiene. Nulla mi ha mai appassionato così tanto nella vita.

Hai un motto o una frase motivazionale che ti accompagna? 

C’è una frase che mi è rimasta impressa quando ho iniziato a praticare yoga che recita “Vivi nel presente”; secondo me è molto profonda. E’ diverso dal vivere “alla giornata”, perchè io per prima ho bisogno dei miei programmi e delle mie pianificazioni, però significa non essere troppo condizionati dal passato e dal futuro. Il passato è qualcosa che non c’è più e che non puoi modificare in nessun modo, quindi rimuginarci genera solo  frustrazione. Allo stesso modo, per quanto si possa immaginare e sognare il futuro resta una grande punto interrogativo, non si sa come sarà. Se ripenso a scelte del passato di cui mi sono pentita, mi accorgo che sono proprio quelle che ho fatto in un’ottica di futuro; bisogna essere quindi più radicati al presente, ovviamente senza essere incoscienti. 

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